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Disagio giovanile

In questa pagina affrontiamo il tema del disagio giovanile, un fenomeno che caratterizza la vita di molti giovani. Il karate è uno dei modi per affrontare questo tema, sia quando esso sfocia nel bullismo, sia per quanto riguarda le motivazioni allo studio per gli adolescenti.

 
Disagio giovanile
del M° Roberto Bacchilega

Sono già oltre 35 anni che svolgo la funzione di educatore sportivo perchè è questo ciò che fa chi come me interagisce continuamente con i giovani nell'apprendimento di una disciplina sportiva come il karate. Un ruolo assolutamente fondamentale per la crescita degli individui che si accingono, specialmente in tenera età, ad affrontare il mondo dello sport. Un ruolo, quello dell'educatore, che a volte nasconde anche degli aspetti negativi che vanno a peggiorare una personalità talvolta fragile e in fase di crescita come quella del giovane preadolescente: basti pensare al danno che può provocare un allenatore che invita l'atleta all'uso di sostanze dopanti. O ad esempio, ricordo un allenatore di hockey che venne una volta a chiedermi di insegnare ai suoi giovani come far cadere a terra gli avversari senza che l'arbitro se ne potesse accorgere... Casi come questi ve ne sono a migliaia. Troppo spesso si vogliono far passare per sport e vengono indifferentemente accettati e giustificati comportamenti come quelli che hanno alcuni miti del calcio sia nei confronti degli avversari che nei confronti dell'arbitro. Di cosa ci si deve allora lamentare se i giovani non rispettano le regole e non sanno più riconoscere i veri valori? E allora dove risiede la funzione dello sport?

Il karate ha da sempre abbracciato la filosofia dello sport come grande occasione per conoscere e mettere alla prova sé stessi, confrontandosi lealmente con le capacità, la personalità e le risorse degli altri. Uno sport come strumento di crescita dell'individuo, in un contesto di socializzazione, di condivisione di regole e di comportamenti. L'attività sportiva così condotta, praticata correttamente, con lealtà ed impegno, si rivela uno strumento efficace per costruire nei giovani una personalità matura, capace di autogestirsi e di orientare positivamente le proprie energie, verso specifiche finalità, opportunamente scelte e perseguite in un contesto di confronto ed incontro con gli altri. Lo sport, infatti, stimola l'acquisizione di caratteristiche psicologiche e comportamentali che orientano l'individuo verso un maturo senso della realtà. Tali risultati si ottengono con la consuetudine ad una tecnica di allenamento, con l'autodisciplina, con la conoscenza del proprio corpo e dei propri limiti nell'obiettivo di migliorarsi, con l'acquisizione della capacità di controllo e di distribuzione delle energie, con l'abitudine ad affrontare imprevisti e difficoltà, con l'acquisizione di una buona capacità di tolleranza della frustrazione e della sconfitta, con la giusta predisposizione a sopportare disagi, ma anche ad investire sulle proprie capacità.

Lo sport come noi lo intendiamo rappresenta uno strumento di straordinaria importanza nella prevenzione e nel recupero dei disagi giovanili. Un'equipe europea di studiosi, scienziati e terapeuti delle tossicodipendenze ha dimostrato che il karate può essere uno strumento specifico ed efficace, un vero e proprio antidoto, capace di influire potentemente e positivamente sul comportamento dei giovani a rischio. Tutti sappiamo bene che troppo spesso la famiglia giunge alla consapevolezza dei danni prodotti dall'uso di sostanze quando il giovane ne fa uso già da qualche anno. Occorre perciò impegnarsi nel campo della prevenzione con maggiore convinzione, continuità ed energia. In questa battaglia tutte le istituzioni sociali, culturali, religiose, scolastiche, educative ed amministrative sono chiamate a contribuire fattivamente, occorre intervenire per tempo con un antidoto su chi è già avvelenato o con un vaccino capace di proteggere i giovani a rischio, rafforzandone la personalità nella fase adolescenziale. Tale antidoto e tale vaccino può essere proprio il karate tradizionale.

Durante i miei 35 anni di esperienza, la pratica del karate tradizionale con le sue competizioni agonistiche si è dimostrato efficace strumento di prevenzione e riabilitazione contro molti disagi adolescenziali, dall'abuso di alcool all'uso di droghe e non solo perchè occasione di aggregazione sociale e divertimento, non solo perchè libera dalla solitudine e dalla noia, non solo perchè contribuisce allo sviluppo delle energie del ragazzo ed al loro controllo, ma soprattutto perchè innesca un formidabile processo di crescita e di maturazione della personalità e del comportamento dell'adolescente e del giovane. Un'equilibrata, armonica e matura personalità è l'unica, vera e forte protezione contro il disagio giovanile. Il giovane che si avvicina al karate tradizionale deve apprendere un metodo e condividere un codice normativo di comportamento sociale. Deve impararne i presupposti teorici e saperli tradurre in pratica. Deve applicare delle tecniche, conoscere il proprio corpo, coordinare i movimenti complessi, avere prontezza di riflessi, compiere rinunce per garantirsi la forma migliore, agire con senso di responsabilità, superare ostacoli e difficoltà, agire con lealtà verso compagni ed avversari, battersi con coraggio ed acquisire, così, fiducia in sé stesso e nelle proprie capacità, imparando dalle sconfitte a migliorarsi. L'attività sportiva rappresenta un mezzo formidabile per rivalorizzare e socializzare le condotte provocatorie, spesso pericolose dei giovani a rischio, aumentando il senso di responsabilità del singolo e sviluppando le attitudini a partecipare in maniera costruttiva all'attività sociale di gruppo. Il karate tradizionale, in altre parole, contribuisce a sviluppare nei giovani e negli adolescenti il senso dei valori poiché implica il rispetto delle regole, stimola a raggiungere obiettivi comuni e condivisi e facilita l'apprendimento di modalità di vita sociale solidale.

Credo sia indispensabile capire che spesso il problema non è l'alcool o la droga. Il problema vero è cosa ha portato il ragazzo ad assumere l'alcool e la droga ed il perchè. Bisogna aiutare chi è più debole e vulnerabile, bisogna fornire ai giovani, soprattutto a quelli a rischio, il necessario sostegno in ogni fase del loro cammino di vita e soprattutto nelle fasi più delicate dello sviluppo psicofisico e socio-relazionale, prima che arrivi la sirena incantatrice della droga o dell’alcool. In questo contesto si trova la grande responsabilità di chi è deputato alla crescita delle nuove generazioni.

Dopo gli ottimi apprezzamenti riconosciuti al sito sul bullismo voluto dal Prefetto di Belluno, che ha fatto sì che finalmente fosse messo sotto la lente d'ingrandimento e con largo anticipo rispetto all'eco nazionale una questione tanto delicata e nodosa che a volte accompagna negativamente la crescita e lo sviluppo psicofisico di migliaia di giovani, credo sia opportuno testimoniare quanta importanza riveste la pratica dello sport di combattimento nel marginare una problematica che esiste probabilmente da sempre.

Era il 1968, avevo poco più di 12 anni ed ero stato ammesso alla terza media. Fin dal primo giorno di scuola capii che sarebbe stato un anno molto difficile da superare. In classe vi erano quattro ragazzi ripetenti, di quelli che già in quegl'anni, in cui noi portavamo ancora i pantaloncini corti, vestivano con i jeans, fumavano, rubavano e chi più ne ha più ne metta. Davvero una situazione drammatica fu quella che da quel giorno un'intera classe cominciò a vivere. Da un canto, per qualcuno i quattro coalizzati rappresentavano un esempio da imitare, per le ragazze gli unici con cui dialogare e per altri, me compreso, solo un'ingiustizia da sconfiggere.

Tra i miei amici più cari, vi era Marcello, un ragazzo i cui genitori, poverissimi, lavoravano i campi, e lui stesso, finite le lezioni, doveva lavorare duramente fino a che scendeva il buio della sera. Fu lui il primo a fare da bersaglio, o per i pantaloni rammendati o per le orecchie leggermente a sventola o per le scarpe spesso rotte, ogni pretesto era buono per canzonarlo, farlo piangere e a volte picchiarlo o intimorirlo con un coltello a scatto sotto il mento. Ricordo che all'inizio nessuno aveva il coraggio di fiatare, per la paura di essere il nuovo bersaglio. Molti passarono dalla loro parte, era la soluzione più facile mettersi con i più forti, altri invece cercarono di organizzarsi: io ero tra loro. Sapevamo che parlare con gli insegnanti non sarebbe servito a nulla, se non a peggiorare la situazione; parlarne con i propri genitori? Si rischiava a passare per dei codardi, l'epoca era quella del "dente per dente". Cosa fare? Io e un mio amico decidemmo di parlarne con il nostro parroco, don Emilio, una figura che poi si rivelò fondamentale per la mia crescita sia morale che spirituale. Fu lui a confermare che il problema andava affrontato a viso aperto senza timori di sorta e si rese disponibile a cercare con noi, di volta in volta, soluzioni adeguate.

In quell'anno purtroppo tornai spesso a casa con il sangue al naso o con gli occhi neri, quasi sempre per difendere Marcello assalito dal branco, ma pian piano mi accorsi che ero temuto, i miei pugni facevano comunque male e dei quattro solo uno era l'"effettivo" bullo, gli altri erano i tipici cacasotto che si sentono forti solo quando sono in gruppo. Andavano affrontati uno alla volta e così fu fatto. Il primo fu proprio il capo: lo sfidai a viso aperto davanti a tutta la classe. Ci trovammo come in una vera e proprio sfida dell'800, nei pressi del campo sportivo. Non mi risparmia davvero, sapevo che era in gioco una posta troppo grande e fui dichiarato il vincitore dopo che lui disse... Mi arrendo! Con gli altri tre basto parlargli. Sarei potuto diventare il nuovo capo, ma non era davvero la mia aspirazione. I mesi che seguirono furono molto più tranquilli, Roberto, l'ex capo banda, si era molto ridimensionato e spesso cercava di essermi amico e piansi molto da lì a qualche tempo quando, attraversando la strada con un go kart artigianale, rimase schiacciato sotto un camion e perse la vita.

L'anno seguente io ed il mio caro amico ci iscrivemmo ad un corso di pugilato; dopo sei mesi, dopo aver visto una dimostrazione del Maestro Shirai, decisi di cambiare e praticare il karate. Nei nostri cuori vi era sempre il sentimento di giustizia, questo senso di protezione per i più deboli e nelle nostre classi non vi fu mai più nessun episodio i bullismo. Il mio amico da lì a qualche anno divenne campione del mondo dei pesi massimi ed oggi è allenatore della nazionale di pugilato: il suo nome è Francesco Damiani! Io mi sono dedicato interamente al karate ed al suo sviluppo come metodo educativo ed ho scoperto che è fantastico! Entrambi, attraverso i nostri sport, abbiamo avuto gli stessi risultati, abbiamo rafforzato i deboli e ridimensionato i forti. Abbiamo saputo incanalare quell'energia responsabile troppo spesso degli episodi bullistici, e la nostra disponibilità anche dopo tanti anni è sempre la stessa perchè... don Emilio è rimasto sempre nei nostri cuori!

L'iniziativa del Prefetto di Belluno è davvero eccezionale, i tempi sono cambiati ed oggi, grazie a persone sensibili a questo problema, gli strumenti per arginare gli episodi di bullismo ci sono. Gli sport di combattimento come il karate tradizionale, se insegnati da un "vero maestro", possono essere un buon supporto per prevenirli. Il karate riveste un ruolo di fondamentale importanza nel controllo dell'aggressività. Essa è parte del nostro patrimonio biologico e culturale, è propria di ognuno di noi e ha avuto e ha tutt'ora una sua importante funzione. Spinta all'estremo, senza controllo, essa diventa violenza. Violento è colui che facilmente o prontamente, senza riguardo o misura, si avvale della propria forza usandola a danno di qualcun altro. Una delle regole fondamentali del karate cita: astieniti dalla violenza ed acquisisci l'autocontrollo. Il karate ci esorta ad usare la ragione ed il buon senso, invitandoci ad astenerci (usato come riflessivo, tenersi lontano da qualcosa). Esso ci insegna non solo a non prendere parte a queste forme di prevaricazione e di non rispetto dell'altro, ma a fare un passo in più: ad acquisire l'autocontrollo. Acquisire si riferisce a qualcosa che diventa parte di sè stessi, presuppone cioè apprendimento; autocontrollo invece si riferisce ad una qualità caratterologica contraddistinta essenzialmente dalla forza di volontà e dalla capacità di decisione, che permette all'individuo di controllare costantemente i propri affetti e le proprie pulsioni, siano esse positive o negative. Esso fa leva soprattutto sulla ragione e mette in grado di influire sui modi comportamentali impulsivi e di repressione. L'autocontrollo rappresenta in definitiva l'elemento chiave di tutta la sequenza di insegnamenti proposti dal karate. La definizione che viene data di esso racchiude valori ormai noti: rispetto, volontà, decisione, controllo, ragione; ecco allora che all'interno di questa sequenza di termini potremmo inserire la flessibilità, l'umiltà e la pazienza. Di ciò parlava il maestro fondatore del karate shotokan, quando riportava quel bellissimo esempio del ramo di salice che si piega al vento ma non si spezza.

Motivazione allo studio e karate
Le educatrici professionali del Servizio Età Evolutiva e del Progetto Adolescenti ULSS n.1 Agordo

Era da un po' di tempo che eravamo alla ricerca di un'attività sportiva che potesse aiutare i nostri ragazzi. A volte credono di non essere capaci di fare, o fanno fatica a rispettare le regole, oppure non sono in grado di controllare il loro corpo che cresce e la sua forza. Ci sembrava che il karate rispondesse in parte a questi nostri obiettivi e il Maestro Roberto Bacchilega ce lo ha confermato e si è reso disponibile. Abbiamo perciò attivato un corso, inserito nell'attività chiamata "Nonsolocompiti", per l'azione specifica legata alla motivazione allo studio, che rientra nel Progetto Orientamento per le scuole medie inferiori e superiori dell'Agordino.

I ragazzi coinvolti hanno difficoltà scolastiche, motivazionali e/o relazionali, e pensavamo che potessero beneficiare di un'attività come il karate che desse loro la possibilità di sviluppare capacità di concentrazione, di autocontrollo, di impegno e di superamento della fatica fisica e mentale, per poter poi riportare tali abilità sia nello studio sia nella vita di tutti i giorni.

L'esperienza è durata da gennaio a maggio 2005, una volta alla settimana per un'ora e mezza. E' stato bello vedere come i ragazzi siano cresciuti nell'imparare le basi del karate, ognuno con le proprie caratteristiche, le proprie qualità e difficoltà. Sicuramente ognuno di loro guadagnerà qualcosa da questa esperienza, non solo la cintura gialla, ma forse un controllo maggiore del proprio corpo, maggiore autostima, capacità di autoregolarsi quando sono arrabbiati e la capacità di persistere nei momenti difficili. Qualcuno è riuscito a superare le difficoltà nella pratica di questo sport solo grazie alle regole fatte rispettare, e a tutti i piegamenti che il Maestro Roberto gli ha richiesto di fare; qualcun altro, che inizialmente non voleva far parte del gruppo, ha poi scoperto il piacere di riuscire in qualcosa che piace e c'è chi, con un po' di incoraggiamento, non ha gettato la spugna e si è messo in gioco fino alla fine, e può ora finalmente guadagnarsi la sua cintura gialla.

Per noi educatrici è stata un'esperienza molto formativa, che speriamo di poter continuare anche il prossimo anno, magari coinvolgendo anche altri ragazzi.

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