Breve storia del karate

Il karate si è sviluppato ad Okinawa, isola dell'arcipelago giapponese, fra il sedicesimo ed il diciottesimo secolo, come evoluzione di tecniche di combattimento cinesi. Non c'era allenamento di gruppo, ma il maestro insegnava individualmente ed aveva pochissimi allievi; spesso addirittura tecniche ed allenamenti erano mantenuti segreti. Di questo primo periodo del karate restano solo nomi legati alla leggenda, e nessun documento scritto.
Una svolta di fondamentale importanza si ha con Gichin Funakoshi (1868-1957), considerato il creatore del karate moderno. Egli è stato il primo a diffondere il karate nel centro del Giappone, portandolo fuori dai confini di Okinawa e colui che ha codificato il termine karate con il quale questa arte marziale è universalmente conosciuta. A seguito di alcune dimostrazioni tenute a Kyoto e Tokyo, Funakoshi fu incoraggiato a diffondere l'arte del suo paese: quindi, all'età di 53 anni, lascia Okinawa e si stabilisce a Tokyo, dove iniziò ad insegnare karate presso le università. Nel giro di due tre anni, con l'appoggio degli studenti universitari che formarono numerosi club di karate, si crea un canale di diffusione molto importante ed il numero di allievi aumentò considerevolmente.
Funakoshi si trovò presto impegnato a spostarsi per il Giappone ad insegnare nelle diverse università, e quindi chiamò da Okinawa suo figlio Yoshitaka. Questi, prese l'iniziativa di introdurre l'esercizio del combattimento libero nell'allenamento ed elaborò tecniche di maggiore ampiezza e dinamismo; introdusse i calci laterali e circolari e pose ancor più l'accento sulla forza ed efficacia delle tecniche. Il suo atteggiamento di ricerca in questa direzione scavò un fossato tra lui e suo padre, acuendo il divario tra i modi di praticare ed insegnare il karate, tanto dal punto di vista tecnico che morale. Lo stile da noi oggi praticato è il karate di Yoshitaka, molto diverso da quello del padre.

Anticamente il termine karate era scritto con gli ideogrammi to de, "la mano della Cina". In giapponese il legame tra il carattere scritto e il suono non è così diretto come nelle scritture fonetiche, e spesso esistono diverse pronunce per lo stesso ideogramma e lo stesso suono può corrispondere a più ideogrammi. Il prefisso to si pronuncia anche kara. L'uso del la pronuncia kara permetteva di giocare su un doppio senso, poiché tale suono in giapponese significa anche "vuoto" ma è scritto con un altro ideogramma. Verso il 1930 Gichin Funakoshi comincerà a trascrivere kara proprio con questo ideogramma, richiamando il concetto del vuoto mentale della meditazione buddista; ciò gli consente anche di eliminare l'ideogramma "Cina" che non andava molto d'accordo col nazionalismo giapponese di inizio secolo. Dopo aver scelto gli ideogrammi, Funakoshi aggiunge al termine karate il suffisso do (via) e l'arte si chiameràkarate-do, la via della mano vuota. Alcuni anni più tardi quasi tutti gli esperti adottarono questa terminologia, al di là dei diversi stili.
Funakoshi componeva fin da giovane delle poesie con lo pseudonimo di Shoto (fruscio nella pineta), in ricordo delle passeggiate tra le pinete di casa sua. Quando nel 1938, all'età di 70 anni, con l'aiuto dei suoi allievi costruisce il primo dojo di karate, sceglie il nome di Shotokan (la casa - kan - nel fruscio della pineta). Questo nome sarà in seguito utilizzato per designare la sua scuola.
Il karate si compone essenzialmente di tre momenti di allenamento: kihonkata e kumite, rispettivamente "fondamentali", "forma" e "combattimento", di cui le ultime due specialità rappresentano oggi gli aspetti principali del karate agonistico.

Kihon

Il termine significa "fondamentale, tecniche di base", e si riferisce allo studio ed alla ripetizione precisa e meticolosa delle posizioni e delle tecniche di difesa e di attacco. Queste ripetizioni vengono eseguite "a vuoto", con lo scopo di fissare ed automatizzare tutte quelle sensazioni corporee che accompagnano la tecnica. Altro obiettivo da raggiungere nell'esercizio del kihon è la standardizzazione del gesto tecnico, che deve rispondere a precisi requisiti formali propri dello stile. Come in tutte le arti giapponesi, l'approssimazione non è ammessa e occorre acquisire perfettamente la forma corretta. In questo modo il praticante sviluppa un alto grado di autocontrollo che gli permette di essere consapevole della sua corretta posizione nello spazio.
Con questo tipo di allenamento si creano delle mappe motorie chiuse (closed skill), che poi troveranno naturale applicazione nello studio dei kata, ma che non sono funzionali alla pratica del kumite, il cui obiettivo è opposto, cioè la creazione di mappe motorie aperte (open skill).

Kata

Il kata è la forma di allenamento originaria di tutte le arti marziali tradizionali; letteralmente significa "forma, sequenza di tecniche prestabilite". Si tratta di un insieme di sequenze gestuali codificate, di parate e contrattacchi concatenati, che simulano il combattimento contro uno o più avversari che arrivano in successione di tempo da più direzioni. Il kata però non deve essere confuso con un semplice esercizio a corpo libero, le tecniche espresse al suo interno devono richiamare agli occhi di un osservatore delle reali situazioni di attacco e difesa.
Esistono un vasto numero di kata tramandati dagli albori del karate fino ai tempi moderni. Tali kata sono stati modificati ed interpretati in maniera diversa nel corso degli anni ad opera di vari maestri, che li hanno rielaborati in funzione del significato attribuito alle tecniche contenute in essi. Il frutto di questi studi è riscontrabile nella diversità di stili e scuole di karate, ognuna caratterizzata dall'insieme dei suoi kata.
Nelle competizioni gli arbitri valutano con un punteggio che il kata risponda ai requisiti stabiliti dal regolamento di gara. Il kata può essere eseguito singolarmente o in squadra di tre componenti, i quali devono effettuare le tecniche previste in perfetto sincronismo tra loro. Nella competizione a squadre è prevista anche la prova del bunkai. Quest'ultimo consiste nella reale applicazione dell'esercizio precedente, che viene eseguito da un membro della squadra che subisce gli attacchi degli altri due.

Kumite

Kumite si può tradurre con "combattimento reale". Le fasi tradizionali di apprendimento prevedono una scala di difficoltà condizionata dal fatto che l'interpretazione data dal kumite è comunque un'applicazione in movimento delle tecniche studiate nei kihon. I tipi di kumite sono i seguenti:

- il kihon kumite per l'apprendimento e sviluppo delle tecniche fondamentali in funzione del livello dell'allievo. Le tecniche sono sempre dichiarate, nonché le direzioni e le traiettorie degli attacchi;
    - l'ippon kumite prevede l'allenamento degli spostamenti e la comprensione del concetto di distanza e tempo. Il bersaglio viene dichiarato all'inizio, poi ciascuno attacca e si difende a turno. La versione più avanzata è il jiku ippon kumite, combattimento semilibero ad un attacco in cui il bersaglio è sempre dichiarato ma la distanza e il tempo di attacco sono liberi;
- il jiku kumite è il combattimento libero, dove non c'è niente di preordinato nel quale si affina la tattica e l'esecuzione della tecnica che si trasforma ed evolve per conseguire i massimi risultati previsti dai regolamenti sportivi.